11 Giugno 2026 - 5:20 am


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LianoSulVolano Exxx…Polzive!!! La partita Italia-Israele devasta la maggioranza. L’ex consigliere Liano fa saltare le valvole a De Toni e all’assessore Marchiol: “Se decidono gli altri per Udine, a che serve un sindaco e una giunta? Sui consiglieri stendiamo un velo pietoso”. I grillini entrano in manicomio sul terzo mandato: Sono a favore o contro? Per sé a favore, per i governatori contro.

Domenico Liano, storico esponente dei 5Stelle udinesi ed ex consigliere comunale fa saltare le valvole alla coalizione De Toni e contesta senza alcuna esitazione la sottomissione del sindaco, assessore Marchiol compreso (sostenuto da Conte in campagna elettorale), rispetto alla partita Italia-Israele. Liano sintetizza: «Se lo stadio non è più nostro, se decidono gli altri per Udine (e non solo per lo stadio), vorrei capire a che serve avere un sindaco e una giunta (sui consiglieri stendiamo un velo pietoso…). Possono piangersi addosso quanto vogliono…ma – conclude il consigliere Liano – obbedienza cieca e memoria corta». E’ un attacco indiretto all’assessore Marchiol organico a De Toni. Riguardo altri esponenti dei 5 stelle, fiancheggiatori della maggioranza pare che Capozzi da fonti di palazzo, sia pronta al salto della quaglia verso il progetto politico del  sindaco magari per le prossime regionali. E qui il Movimento si incarta e si trasforma in un manicomio. A Roma i 5Stelle hanno approvato le modifiche allo statuto per il via libera al terzo mandato. Ma è una contraddizione visto che i grillini si sono sempre dichiarati contrari al terzo mandato per i governatori. Quindi per loro si alla proroga e no per gli altri. Queste le riflessioni del consigliere comunale Liano rispetto alla partita Italia-Israele: “Chi di noi, in tempi di magre consolazioni e abbondanti ipocrisie, avrebbe mai immaginato di veder Udine – la cara, friulana Udine, patria di calli ben disegnati e silenzi operosi – tramutarsi in teatro di una “questione” internazionale segnata da più sangue che sudore? Italia–Israele: si gioca il 14 ottobre, giorno non profetico, ma carico di cupi presagi.
La partita – dicono – è stata decisa altrove. Com’è d’uso da anni, Udine non decide più nemmeno quando si spegne l’illuminazione dello stadio. È spettatrice, non padrona, pur sedendo sulla sua sedia municipale con tanto di fascia e sorriso istituzionale. Si dirà che il calcio unisce. Sì, ma chi? E soprattutto: a quale prezzo?
Israele, oggi come oggi, fa la guerra. Una guerra feroce, asimmetrica, segnata da una sproporzione che ricorda le fionde contro i carri armati. I bambini – Dio li accolga come solo lui sa – muoiono a grappoli sotto le bombe intelligenti. In nome della sicurezza, si uccide anche la pietà. E il calcio, in mezzo, pretende di fare da ambasciatore? Forse. Ma allora che sia ambasciatore di coscienza, non di convenienza.
Che Udine ospiti questa partita suona stonato come una fisarmonica nel silenzio di un lutto. Non perché il calcio debba fermarsi davanti al dolore – anzi, il calcio è vita, movimento, respiro di popolo. Ma perché certe scelte andrebbero ponderate con la grazia dei diplomatici veri, non con la leggerezza degli amministratori d’occasione o dei politicanti in cerca di foto.
Udine è bella. Friulana, riservata, fiera. Non si merita questo impaccio, questa tensione che sa di provocazione inutile. Una partita non cambia la storia, ma può sporcarne la coscienza.
Io, non avrei fischiato l’inizio. Avrei aspettato che i mortai tacessero. Perché anche il più stupendo dei gol perde poesia se, in sottofondo, si sente piangere un bambino che non può potrà crescere».

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