11 Giugno 2026 - 5:56 am


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LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA PRIMA PARTE DEL TREDICESIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :”Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze…”, questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt’ora censurato da parte della curia udinese “La fabriche dai predis” di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un’opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra

(trad. Gianfranco Leonarduzzi)

PULIZIA E SANTITA’

Santi e sudici o puliti e peccatori?

La questione della pulizia personale è stata un punto dolente nella tradizione ecclesiatica. Si sapeva che era necessaria per la salute fisica ma rischiava di compromettere la salute dell’anima. E considerando che l’anima è superiore al corpo, un pò come il papa che è responsabile del bene spirirtuale e per ciò superiore all’imperatore, che ne è a sua volta responsabile delle faccende materiali (teoria mai smentita di Bonifacio VIII che prende spunto dal paragone fra il sole e la luna), dovendo scegliere fra i due beni, il cristiano e forse di più il religioso e il prete, si è costretti a scegliere la pulizia interiore, a scapito della pulizia esteriore.
Non mancano casi di santi che si sono lavati per la prima e ultima volta solo quando la comari li ha messi nel secchio appena nati. Certi padri del deserto misuravano la loro santità dal numero degli insetti e pidocchi che avevano addosso. Benedetto Labre, un santo del seicento che andava pellegrinando da un luogo all’altro, dormendo nelle stalle e cercando la carità, chiamava le pulci e i pidocchi “i miei amici”, “i miei angeli”, i mei benefattori”. Secondo lui, più il corpo era maltrattato e ripugnante, più l’anima splendeva.
Del resto, anche nella chiesa stavano prendendo piede le conoscenze e le esigenze sacrosante dell’igiene e della salute. Da quel periodo si è iniziato ad allentare i divieti un pò alla volta senza troppa fretta e convinzione. Così anche le anime consacrate e coloro che vivevano nel seminario e nei conventi hanno conosciuto e usato molto di più sia l’acqua che il sapone. Con mille precauzioni e come un male che non si poteva evitare.

La geografia del corpo

I maestri di spirito hanno stabilito delle regole fondamentali. Innanzitutto gli occhi bassi. Per lavarsi non occorre guardarsi e tantomeno guardare i vicini. Si doveva approfittare di quel momento per intensificare le giaculatorie, ovvero quelle espressioni spirituali brevi e immediate che si levavano verso il cielo come delle frecce (jaculum=frecce). Si doveva alzare la manica quel tanto che bastava e non un millimetro in più. A Padova addirittura i chierici erano costretti a togliersi e mettersi i calzoni sotto le coperte e a lavarsi con la tonaca addosso. Ma il problema vero non era il viso, il collo o le braccia. IL problema nasceva quando bisognava lavarsi le parti basse. La geografia del corpo, secondo i maestri di spirito, si divide in parti oneste e meno oneste e sono queste quelle che creano maggiori perplessità. Allora occorre lavarle il meno possibile e più in fretta. Quando ci si lava quelle parti, è necessario pensare alla morte, all’inferno, a Gesù sulla croce. Per risolvere il primo problema, in seminario si alternava, una settimana alla volta, il pediluvio con il bagno completo. In pratica si faceva il bagno completo ogni quindici giorni. I piedi invece, si potevano lavare più spesso a causa del sudore e della puzza, che potevano dare fastidio anche alle anime ormai incamminate sul sentiero della santità.

Acqua fredda per spegnere le pulsioni

Per il bagno completo, sia a Castellerio che a Udine, avevano provveduto con le docce. Una ventina per oltre duecento o trecento allievi. Occorreva dunque fare in fretta. Per salvare la castità e per salvare la carità e la giustizia distributiva. Avevano messo anche due vasche, ma quelle erano riservate ai più malati e moribondi che non amavano gli scherzi. La truppa doveva accontentarsi delle docce. C’erano dieci minuti a testa: cinque minuti per lavarsi con il sapone e cinque per il risciacquo.
Scaduto il tempo, il responsabile, che a Udine era sempre Sandro Belliato, faceva correre l’acqua fredda, in modo che se qualcuno avesse avuto la cattiva idea di dedicare un pò di tempo alla pulizia delle parti meno oneste, rischiava non solo la dannazione eterna ma anche una buona polmonite. Se non fosse un sacrilegio per la diversità della situazione e di matrattamenti, ti verrebbe da pensare alle docce che gli ebrei facevano sotto i tedeschi. Per dare un’idea di grande intelligenza e pratica dei progettisti e dei committenti, basta dire che le docce non erano sistemate quattro-cinque per dormitorio ma tutte sottoterra, in modo che, per lavarsi, si doveva fare tre o quattro piani a scendere e altrettanti a salire. Inzuppati come Calimero.

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