Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :”Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze…”, questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt’ora censurato da parte della curia udinese “La fabriche dai predis” di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un’opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra
(trad. Gianfranco Leonarduzzi)
SEGUE DAL CAPITOLO UN SEMINARISTA IN PREGHIERA
Con l’orecchio attento e il cuore intento
Per ciò che mi riguarda, posso dire senza paura i smentita che, in tutte le giornate dei tredici anni di seminario, ho sempre cercato di meditare con scrupolo e attenzione, esplorando a fondo la mia anima e accettando senza riserve ciò che mi veniva proposto e insegnato. Non ho mai perso una parola delle prediche noiose che ci facevano i padri spirituali la domenica o gli oratori occasionali nei ritiri e negli esercizi spirituali. Avevo sonno e freddo come tutti, ma ho sempre cercato di resistere. Conosco chierici diventati sacerdoti e in carriera nella gerarchia ecclesiastica, che approfittavano della meditazione per schiacciare un pisolo. Si sistemavano comodi sul banco e chiudevano gli occhi, come uno che ha una grande concentrazione interiore. Ci si accorgeva che dormivano dal respiro regolare e più lento, dal fatto che ogni tanto la testa penzolava e di qualche piccolo rumore che si sentiva, come il russare. Ma si rimettevano subito in ordine.
Mi ricordo che una volta un chierico si è addormentato e, poichè doveva essere chiamato in storia su Robert il Guiscardo, il sonno si è posto nel luogo in cui c’era il suo tarlo, come ci spiega molto bene il buon Freud. Si è trovato alla corte di Robert, in mezzo a mille trucchi e inganni. Ad un certo punto ha esclamato: “Vile, no, non mi avrai mai!” e ha lanciato il libro di meditazione nel mezzo della chiesa. Si è svegliato di colpo ed è rimasto male a vederci tutti quanti noi a ridere come matti. Non era colpa sua se si era addormentato, ma nemmeno colpa nostra se abbiamo riso per una settimana. Erano le uniche occasioni che avevamo per corrompere la monotonia e per noi erano degli avvenimenti. Come quella volta che un allievo è andato a confessarsi in tempo di meditazione ed è tornato tutto devoto al suo posto. Nel sedersi gli è scappata una scoreggia tremenda. Uno vicino a me ha detto: “Confessione privata penitenza pubblica”. Eri costretto a ridere anche se stavi meditando sui flagelli innominabili e interminabili dell’inferno. Peraltro sono cose che non capitano solo in seminario ma anche fuori, in mezzo ai “mondani”, come in seminario chiamavamo i secolarizzati o la gente normale.
La disavventura di una suora
Una volta la tradizionale festa del perdono della Madonna d’agosto di Basagliapenta, aveva richiamato moltissima gente. In quegli anni di abbondanza di preti, la messa era sempre in terzo e si chiamava a celebrarla un sacerdote con il colletto rosso, uno di quei monsignor che sudavano, gridavano e si scannavano pur di giungere a scaldare anche il cuore degli (in)fedeli. Al mattino si celebrava la messa solenne, oppure messa grande, di solito la seconda; il pomeriggio la processione, con la banda e, naturalmente, la predica o panegirico con la “perorazione”. L’argomento poteva anche essere interessante ma col caldo e nel pieno dell’estate, appena dopo pranzo, gli occchi dei fedeli si chiudevano da soli. E la gente si perdeva si distraeva malgrado il monsignor volase alto fra i misteri del cielo.
Alla festa del perdono era arrivata da Bertiolo anche una suora, di grande religione e ottima forchetta, che l’avevano invitata a mangiare in una famiglia molto cattolica e abbindolata come le oche. Anche la suora si è addormentata. Per sfortuna, intanto che l’oratore parlava della Madonna che saliva per essere incoronata Regina del cielo in mezzo alle armoniche e alle trombe degli angeli, la suora ha tirato un calcio così forte che l’oratore si è fermato, lei si è svegliata e la gente ha smesso di perdere quel briciolo di devozione che fino in quel momento aveva acquistato. Ridevano tutti fino alla vergogna e il bello (o il brutto) stava nel fatto che più cercavano di trattenersi e più la gente continuava a ridere. Della suora di Rivolto non si hanno avuti più ricordi.
La “cinghialaccia” di Bearzotti
La meditazione quotidiana comprendeva un momento di riposo e una interruzione la domenica, durante la prima messa, quando dovevamo ascoltare la predica. A Castellerio la predica festiva la faceva il rettore Bearzotti. Non era colpa sua, beato di un uomo!, ma proprio l’oratoria non era il suo forte. Soprattutto non riusciva a star fermo. E così a furia di muovere le mani e le braccia, alla fine si ritrovava tutto sudato e con il drappo voltato dall’altra parte e a penzoloni. Per disgrazia sua e nostra, iniziava con un argomento e lo trascinava a lungo tutto l’anno, senza né capo né coda, come uno che sa lavorare di cucito solo con il dritto e il rovescio e non sa né mettere i punti né abbassare quando si sta finendo. Nemmeno il cuoco più bravo riesce a fare il brodo per tuto l’anno se non possiede una buona scorta di ossi.
Si faticava molto a rimanere attenti e soprattutto non si memorizzava nulla. Teneva gli occhi fissi sul soffitto e guardava sempre i alto, come uno che guarda passare un aereo o che sta cercando mosche. In più aveva il vizio o il tic di sbattere le sopracciglia, di battere il piede e di esclamare ogni momento: ” Dunque, dunque!”, che noi capivamo “tunque, tunque”. Ha parlato per un anno intero su la “cinghialaccia e i cinghialetti”, ma non saprei che interessi avremmo avuto noi con la femmina e i suoi figli.
La santa monotonia di Peressutti
A Udine le prediche le teneva mons. Giuseppe Peressutti, padre o direttore spirituale che onorava in maniera splendida la sua qualifica. E’ stato uno dei pochi uomini benedetti che ho incontrato nel seminario. Padre Peresutti predicava sempre con gli occhi bassi, senza guardare nessuna persona e da nessuna parte. Gli hanno chiesto il perchè di questo suo comportamento così strano per un oratore, anche se di un seminario. Ha risposto che, nei primi anni di padre spirituale, verso gli anni trenta, predicava guardando in fondo alla chiesa. Si occupava, come il suo solito, della formazione dei seminaristi, che è una parte negativa nello sradicare i difetti e una positiva che è quella di seminare e coltivare le virtù.
Un giorno che aveva battuto con più forza del solito su un argomento, si è presentato di fronte a lui un chierico che gli detto nervosamente” : Ha finito di guardare sempre me quando tocca certi argomenti?”. L’altro, nella sua infinita umiltà gli ha chiesto perdono e da quella volta, per quarant’anni, non ha più alzato gli occhi. Certo che vedere un uomo sempre con gli ochi bassi, con la voce flebile, sempre con quel tono, ascoltare argomenti che non erano proprio le ultime novità né in fatto di contenuti né in fatto di forma, trovarsi in quel posto alle sei del mattino, fermi su un banco, non era una delle cose più entusiasmanti. Qualcuno barcollava, qualcun’altro sbadigliava, c’era chi guardava in giro, chi leggeva un libro diverso e, come racconta il Vangelo parlando della buona semenza, anche qualcuno che ascoltava e cercava di mettere in pratica ciò che diceva. Come ho detto, io l’ho seguito dalla prima all’ultima parola, senza perderne una, come racconta la Bibbia a proposito di Samuele ( I Sam 3,19). Mi piaceva l’uomo perchè viveva una dimensione come di eternità e le sue parole non le interpretavo dal lato della razionalità, che tante volte si superava, ma come lui le diceva, ascoltandolo con un cuore libero.