11 Giugno 2026 - 12:19 am


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LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL DECIMO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :”Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze…”, questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt’ora censurato da parte della curia udinese “La fabriche dai predis” di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un’opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(traduzione di G. Leonarduzzi)

DAL CAPITOLO “CASTELLERIO”

Santa autarchia

All’interno del seminario avevamo tutto: la cappella dei seminaristi, la cappella dei professori, la cappella delle suore, la biblioteca, la cancelleria dove si poteva acquistare quello che ci serviva per la scuola e il barbiere. Dietro l’edificio c’erano le porcilaie, il regno di Augusto detto Gusto. Ascoltavamo i maiali grugnire e avevamo diritto ai cotechini e qualche insaccato, oltre naturalmente al fetore. I resto, ovvero la parte migliore del maiale, era destinato ai moderatori e ai professori.
I dormitori erano molto grandi, in un angolo vi erano le tende deve dormivano e studiavano i chierici che avevano la funzione di prefetto e di assistenti. Ogni dormitorio aveva una fila di lavandini e di gabinetti, i comunione. Il dormitorio più grande, quello di san Paolino, aveva settantacinque brande. Gli altri erano più piccoli. All’ultimo piano c’era anche una piccola cameretta di otto posti letto destinata ai cosidetti “pompieri”. I pompieri erano i seminaristi che facevano la pipì a letto. Li mettevano a dormire tutti assieme e alla mezzanotte un prefetto li svegliava per fargli fare la pipì (spandere l’acqua), alle volte l’incaricato arrivava o troppo tardi o proppo presto e così le lenzuola erano intonse di “carte geografiche” . Per cercare di rimediare, alla sera prendevano il “vitto secco”, ovvero mangiavano all’asciutto, il formaggio al posto della minestra. Anch’io per un periodo ho mangiato “a secco”, per ragioni di stomaco e non di vescica. Avevo la porzione del formaggio ma c’era sempre qualcuno che mi passava il suo piatto di minestra. A dire il vero ho tante riserve sul seminario, ma in fatto di spesa sarei un asino a lamentarmi. Quando avevo avuto a casa un primo, un secondo e la frutta?
Una cosa bella di quel seminario era un grande cortile lungo e largo come tutte le due ali e più su, la pinetina con il campo da calcio. Non sono mai stato uno sportivo o un giocatore di calcio ma mi piaceva tutto quello spazio circondato da una folta siepe che comunque non ti impediva di osservare le colline del Friuli e, in lontananza, la splendida catena dei nostri monti. Provavi quel senso di infinito che scrive Leopardi, anche lui prigioniero nel suo palazzo nobiliare. Forse è la condanna o l’illusione di tutti coloro che si trovano in gabbia: di vedere che la vita inizia proprio oltre la gola, oltre la finestra, oltre il muro o oltre la siepe.

Come un gatto smarrito

Del primo impatto con la nuova realtà ricordo soprattutto la grandezza dei locali, con i corridoi che non finivano mai, con i cortili affollati di giovani e di sacerdoti, con la schiera di brande nei dormitori, con tante fila di tavoli nel refettorio, con tanti lavabi nello scantinato, io che ero abituato a dormire con i miei fratelli, tre in un solo letto e a mangiare con la scodella o il piatto sulle ginocchia, a vivere in sette in una cucina e tre camerette, a lavarmi nel secchio e asciugarmi nella stalla accanto alla coda delle mucche.
Inoltre, essendo timido per natura anche se tanti non mi credono e costretto a vivere i un angolo o addosso a un muro, mi sentivo impaurito come un pulcino senza voce o un gattino in mezzo a una strada sconosciuta e ostile. Nel seminario, come nel giorno delle Pentecoste o nella torre di Babele, si sentiva parlare in friulano, in carnico, in arzino, in slavo, in italiano anche se l’unica lingua permessa era l’italiano, come obbligava l’articolo 100: “Dovranno con tutti e sempre parlare correttamente la lingua italiana”. Tutti parlavano e nessuno ti ascoltava né s’interessava di te.

Povero, abbandonato, solo

Mia madre ha velocemente portato giù la biancheria e ammassata in un angolo della portineria, aveva fretta perchè doveva rientrare a casa a mungere e a seguire marito e figli. Ha avuto il tempo di raccomandarmi di fare il bravo, di obbedire e di non dare dispiaceri, mi ha baciato in fretta ed è partita velocemente verso Branco, a prendere il tram che l’avrebbe portata fino a Tricesimo dove c’era la coincidenza per Venzone. Non aveva mangiato nulla poichè le faceva male il camion e senza neanche il tempo di fare pipì perchè in portineria non avevano nemmeno i bagni per i parenti. Ce n’era uno solo a Udine con trecento chierici che avevano almeno un genitore a testa.
Appena mia madre se n’è andata, se n’è andata anche la sorpresa per la grandezza e la novità del luogo e mi sono sentito il bambino più abbandonato, povero e disperato di questo mondo. Avevo provato una simile disperazione solo quando mia madre mi aveva accompagnato al’asilo e mi aveva lasciato con le suore e con i bambini dispettosi di Venzone. Sento ancora il sapore salato delle lacrime e mi ricordo del muco che mi scendeva dal naso e che cercavo di succhiarlo con la lingua, per non dimostrare di essere maleducato.
So che un esperienza del genere può capitare, presto o tardi, a tutti nella vita e che, in fondo è una lezione dura ma salutare. Ma non per questo la ferita del cuore è meno profonda e il dolore meno lancinante. Penso di aver sepolto quel giorno la parte più bella, fresca e fantasiosa della mia prima stagione di vita. Non ero più bambino, non ero più “normale”, perchè prendevo una strada che si allontanava sempre di più dalla strada naturale degli uomini. Ero un piccolo prete di nido che doveva morire per sempre agli occhi del mondo e alle sue fastosità, per fiorire in pienezza nel giardino dei servitori di Dio chiamati per nome come Aron e i profeti

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