11 Giugno 2026 - 6:44 am


Il blog dei badilanti

radiobadile@gmail.com
Breaking News

LA FABRICHE DAI PREDIS OGGI LA SECONDA PARTE DEL NONO CAPITOLETTO

Raccogliendo le parole di Monsignor Andrea Bruno Mazzocato :”Questo è un tempo stimolante per la formazione delle coscienze…”, questo blog si industria a pubblicare un capitolo al giorno del libro tutt’ora censurato da parte della curia udinese “La fabriche dai predis” di Pietrantonio Bellina. Un modo per diffondere attraverso i moderni mezzi di informazione un’opera di grande valore letterario e la retta intenzione di un uomo che mira alla verità.Le notizie di attualità occuperanno la colonnina di destra.

(traduzione di G. Leonarduzzi)



La voce di Dio

A differenza delle strutture dittatoriali di destra e sinistra dove ti obbligano a rispettare le regole per ragioni di ordini esteriori e di disciplina, le regole della chiesa ti obbligano anche in coscienza. per il fatto che la chiesa è un’emanazione, una incarnazione, uno sprolungamento, una voce autentica di Dio. Disobbediendo a una regola anche stupida, in un sistema autoritario normale si rischia la carriera. Dosobbediendo a una regola stupida nella chiesa, si rischia la carriera in questo e nell’altro mondo. “Non può avere Dio per padre chi non ha la chiesa per madre”. “Chi ascolta voi, ascolta me”. “I superiori sono la voce di Dio”. Sono le fondamenta del sistema ecclesiastico. In questo sistema così strutturato, non esiste nessuna gerarchia di valore in fatto di regole. Come in ogni regime che si rispetti, non esiste una regola grande e importante e una regola piccola e secondaria, ma tutte sono grandi e importanti. Anzi, direi che le regole più stupide sono e più si deve rispettarle, perchè solo in questo modo si può misurare il grado e la qualità di obbedienza di un dipemdente. Solo se un dipendente o un gregario o un lacchè è disposto a risponderesì anche se è no e dire no anche quando è sì ogni volta che lo ordina un superiore, concede quell’affidamento necessario per essere una buona pedina del sistema.

La testimonianza di un frate

Un giorno a Zuglio è capitato un frate cappuccino, di quelli che vanno in cerca dell’elemosina. Era friulano e successivamente lo hanno nominato prete, abbandonando così la qualifica di laico e avanzando di grado. Gli abbiamo dato da bere, lo abbiamo fatto fumare, non era abituato…, ed è partito in orbita. Ciò che ci ha raccontato del periodo di preparazione fa venire i brividi. Loro avevano il seminario serafico a Thiene nel Veneto. Ai frati facevano ripiantare le carote con la foglia in giù e la carota in su. Un giorno un frate che veniva dalla campagna e aveva lavorato nell’orto fino alla vigilia di richiudersi nel convento, si è messo a ridere e ha chiesto al superiore se gli faceva vedere l’orto dove crescevano le carote piantate in quel modo. Per tutta risposta il superiore gli ha detto che in convento non si andava per fare domande ma per ubbidire ed ha rincarato la risposta aggiungendo che era libero di ritornare a piantare carote nell’orto di suo padre. Per abituarli all’umiltà più profonda, se un frate commetteva involontariamente un danno, come rompere un piatto, lasciar cadere un cucchiaio o un pezzo di legno, per prima cosa doveva inginocchiarsi in refettorio di fronte al superiore, confessare la propria colpa e dopo compiere la penitenza pubblica. Di solito, il malcapitato era costretto a muoversi per uno o più giorni con il corpo del reato legato attorno al collo con uno spago. Naturalmente non potevano parlarsi fra loro. Se qualcuno doveva proprio chiedere qualcosa a un’altro doveva inginocchiarsi e anche l’interlocutore doveva piegare le ginocchia, possibilmente per un tempo brevissimo giusto il tempo per domanda e risposta. Non sto qui a raccontare delle penitenze corporali cui erano costretti. Ogni venerdì dell’anno e in Quaresima anche il martedì, avevano la flagellazione. In coro dopo la funzione, si spegnevano tutte le luci e ogni frate, per la durata del Miserere, doveva frustarsi le spalle, la schiena o il sedere con delle cordicelle di cuoio annodate. Naturalmente tutto avveniva al buio, per non compromettere la castità poichè praticavano la mortificazione. Erano costretti a mantenere sempre gli occhi bassi. Ci raccontava il frate che, in tutto il noviziato di Thiene, durato circa un anno e mezzo, non ha saputo nulla né di casa sua, né di ciò che accadeva nel mondo e neppure aveva mai visto il soffitto della chiesa. Infatti non saprebbe dirci com’era dipinto. Per aiutarli nella castità, al liceo consegnavano loro la scatola del tabacco di naso, che serviva per intontirli. Non saprei dire se la ragione per cui tutti i frati sono adusi al tabacco sia quella o forse solo quella.

Il superiore ha sempre ragione

Se anche in seminario non raggiungevamo quegli eccessi, il metodo non era diverso, pertanto si potrebbe scrivere sulla porta d’ingresso dei seminari ciò che si scriveva sui muri in epoca fascista: “Il superiore ha sempre ragione” e “Credere,obbedire e combattere”. perchè lui è il fondamento, la giustificazione e la ragione. Occorre vedere coi suoi occhi, ascoltare con le sue orecchie, parlare con la sua bocca e ragionare con la sua testa.
Inoltre in un sistema così incatenato, non esiste autorità maggiore o minore ma ogni “ufficiale” è grande anche l’ultimo della gerarchia e il più stupido. Un’altro principio del seminario era che “l’assistente è la voce del prefetto; il prefetto è la voce del vicerettore; il vicerettore è la voce del rettore; il rettore è la voce del vescovo; il vescovo ha la voce del papa e il papa è la voce di Dio. Anzi, Dio è la voce del papa. Per cui il primo peone investito dell’autorità si sente vescovo, papa e Signore.
Questo è l’impianto, l’ingranaggio, la fabbrica dove vengono sfornati i sacerdoti.

Related posts